giovedì 31 dicembre 2009

Perù: continua l'attacco agli Indios

In Perù la lotta delle popolazioni indigene, che si sono riunite nell'Associazione interetnica per lo sviluppo della Selva peruviana (Aidesep), per proteggere la Grande Madre Terra, sta subendo attacchi sempre più violenti e preoccupanti da parte del Governo peruviano.
La lotta è iniziata nel marzo del 2009 per opporsi alla nuova Legge Forestale sulla Fauna Silvestre e contro la Legge sulle Risorse Idriche, che non salvaguardano i territori abitati dagli indigeni, ma che permettono alle multinazionali del petrolio e del gas uno sfruttamento sempre più deregolamentato, fino ad arrivare, a fine settembre, alla dichiarazione da parte degli Indios "dell'insurrezione anti-governativa amazzonica" rifiutando le leggi dello stato peruviano e riconoscendo solo le loro leggi ancestrali.
Il disconoscere le leggi e lo Stato peruviano da parte del Aidesep è l'ultimo atto di opposizione al Governo di Alan García che dai fatti di Bagua ha cercato di screditare e ingannare l'Associazione con l'appoggio dei media, pubblicando articoli pieni di false informazioni ed imputando la morte di alcuni poliziotti in scontri avvenuti con gli Indios. Oltre ai media si sono aggiunti i controlli fiscali sulle donazioni e su come venivano impiegate le risorse. Sono stati diffusi falsi dati su chi donava il denaro affermando che fossero tutti dei criminali, mentre per le istituzioni e le ONG è nato il ricatto che non avrebbero potuto più operare in Perù se non avessero smesso di fare donazioni all'Aidesep.
Insieme a questi attacchi portati avanti su stampa e televisione, la magistratura, vicina al Governo, ha accusato i leaders dell'AIDESEP di insurrezione e di attentare alla sicurezza dello Stato.

Pizango per esempio è stato costretto a chiedere asilo politico all'ambasciata del Nicaragua dato che un ingiusto mandato di cattura internazionale era stato spiccato nei suoi confronti. Oltre a Pizango che è riuscito a sottrarsi alla persecuzione del Governo peruviano, ci sono 89 le persone coinvolte in processi dopo gli scontri di Bagua con accuse pesantissime che vanno dall'omicidio all'associazione terroristica, dalla manifestazione non autorizzata all'attentato alla sicurezza nazionale.

Per concludere il governo di García ha avviato la procedura per sciogliere l'Aidesep con i pretesti sopra elencati e perché attenta agli interessi dell'oligarchia nazionale dato che le associazioni indigene cercano di difendere la terra, le risorse del sottosuolo, la flora e la fauna che la Ley de la selva distrugge oltre a impoverire l'intero paese delle proprie risorse.

sabato 26 dicembre 2009

Il processo a Francisco Santos si farà

Potrà essere riaperto il processo che vede coinvolto il vicepresidente dalla Colombia, Francisco Santos, per lo scandalo della parapolitica.
Il nome del vice di Uribe fu fatto da alcuni capi paramilitari delle Auc (Autodefensas unidas de Colombia) tra cui il potente italo-colombiano Salvatore Mancuso. Nella testimonianza di Mancuso, del maggio 2007, si legge che Santos incontrò varie volte i capi paramilitari a Bogotá. Gli incontri sono datati tra il 1996 ed il 2004, anno della morte del comandante supremo delle AUC, Carlos Castaño. Nella testimonianza di Mancuso, riguardante il primo incontro tra il vicepresidente e Castaño, si legge: "Santos si compiacque del modello che gli illustrammo su come funzionavamo a Córdoba e ci spiegò che era interessato a far sì che le Autodefensas esportassero il medesimo metodo a Bogotá. [...] in seguito ai suggerimenti del dottor Santos, Carlos ordinò di metter su a Bogotá il bloque capital". Altro passo importante della testimonianza di Mancuso è quello in cui parla del terzo incontro in cui afferma:"Il terzo incontro lo organizzò il comandante Jorge 40 e furono sorpresi nel vedere che io già conoscevo Pachito (è il soprannome confidenziale di Francisco Santos), e che ci salutavamo con un abbraccio e che ci chiamavamo lui Mono e io Pachito. Fu allora che mi chiese come procedeva la formazione del bloque capital".
Le parole di Mancuso hanno trovato conferma nelle testimonianze preliminari di altri capi delle AUC che ne prossimi mesi saranno interrogati più accuratamente. Oggi molti capi paramilitari sono stati estradati (Estradati dalla Colombia i capi paracos) negli USA e quindi i tempi e la detenzione statunitense stanno già complicando e non poco le indagini ed i processi in Colombia.
Mancuso ed altri capi della AUC hanno denunciato il fatto che le visite degli investigatori colombiani molte volte non vengono autorizzate e di conseguenza i processi e le indagini risultano danneggiate. Mancuso inoltre in un lungo documento inviato alla Corte Suprema di Giustizia della Colombia, alla Corte penale internazionale e alla Corte interamericana dei diritti umani, afferma di non poter rispondere liberamente alle domande poste dagli investigatori perché i suoi familiari in Colombia vengono minacciati costantemente; infine afferma che le estradizioni dei capi delle AUC sia stata decisa dopo che avevano iniziato a collaborare nelle indagini e sia solo una mossa per rallentare ed intralciare i processi.

L'avvocato che difende il vicepresidente Santos ha affermato che il suo assistito spera che l'indagine sia rapida e che accerti la verità che è una sola, la sua completa estraneità. Oltre alla sua innocenza Santos ha ammesso che gli incontri elencati con dovizia di particolari ci sono stati ma che avvennero nel periodo in cui era ancora caporedattore del quotidiano El Tiempo, di proprietà della sua famiglia.
Le indagini sono state riaperte grazie al generale Fernando Pareja che ha revocato il blocco delle indagini con cui si impediva di indagare Francisco Santos perché in quel momento espletava delle funzioni istituzionali; Pareja ha affermato che le indagini non furono serie e che le prove raccolte furono scarse e raccolte senza l'adeguata valutazione; quindi il processo deve essere riaperto con la possibilità di ascoltare tutti i testi e con una nuova e vera indagine.

Forse conosceremo la verità sui legami tra paracos e politica in Colombia.

martedì 22 dicembre 2009

Gelo tra Colombia ed Ecuador

Tra Ecuador e Colombia le relazioni diplomatiche si sono nuovamente interrotte. I rapporti diplomatici tra i due paesi si erano bloccati quando il 3 marzo 2008 Bogotá ordinò di attaccare l'accampamento delle Farc in pieno territorio ecuadoriano; in questa operazione morirono 26 persone, tra cui il portavoce delle FARC Raúl Reyes, un cittadino ecuadoriano e quattro messicani. L'operazione militare è stata chiamata Fénix. (link attacco in Ecuador)
Dopo vari mesi di scambi di accuse e gelo diplomatico i due paesi si erano riavvicinati grazie all'assemblea generale dell'ONU; ma dal novembre 2009 le relazioni diplomatiche sono tornate tese a causa di alcuni mandati di cattura che un giudice ecuadoriano, Carlos Jiménez, ha spiccato nei confronti di alti ufficiali dell'esercito colombiano.
Jiménez ha emesso i mandati di arresto per Juan Manuel Santos, che ai tempi era il ministro della Difesa del governo Uribe, per il comandante delle Forze armate, Freddy Padilla, per il generale della polizia Óscar Naranjo e per l'ex generale Mario Montoya, che era il comandante dell'esercito ed oggi è stato premiato con la guida dell'ambasciata nella Repubblica Dominicana dopo che era stato coinvolto nello scandalo dei Falsos Positivos. (link falsos positivos)
Il giudice ecuadoriano ha chiesto l'estradizione per Santos, ma è stata rifiutata per un vizio di forma.

La risposta di Bogotá alla firma dei mandati di cattura è stata immediata; Gabriel Silva, ministro della Difesa, ha affermato: "Difenderemo tutti quelli che parteciparono all'Operación Fénix [...] la difesa dei nostri funzionari è una responsabilità dello Stato, perché agirono servendo la Colombia, eseguendo istruzioni politiche, dunque non c'è nessuno che può essere imputato a livello individuale; [...] il giudice Jiménez sta agendo al di là dei principi della legge internazionale [...] la Colombia non riconoscerà la giurisdizione extraterritoriale di nessun giudice, di nessun paese, nei confronti di nessun funzionario o ex funzionario".
Dopo queste dichiarazioni il Governo dell'Ecuador ha risposto tramite il Ministro degli esteri che "la fiscalia (la magistratura) è un'entità giudiziaria autonoma e il potere esecutivo non ha la capacità di intervenire o controllare le sue decisioni" ed ha concluso che ogni magistrato ha diritto di indagare sui delitti che vengono compiuti nel territorio ecuadoriano.

Il ministro della Difesa colombiano ha dettato una condizione irrinunciabile per il riavvicinamento tra Colombia ed Ecuador con le parole: "Non ci sarà piena normalizzazione nei rapporti con l'Ecuador fino a che sarà in ballo questa questione".

venerdì 18 dicembre 2009

Argentina: gli aguzzini della dittatura uccidono ancora

In Argentina il testimone chiave del processo contro l'ex-generale Luciano Menéndez è stato trovato morto alcuni giorni prima della sua deposizione.
Il generale Luciano Menéndez, capo del Terzo Corpo dell'esercito che operava nel centro-nord dell'Argentina e già condannato a due ergastoli per crimini di lesa umanità, è stato accusato di crimini contro l'umanità insieme ad altri cinque alti ufficiali, crimini commessi durante la dittatura tra il 1976 ed il 1983 ed anche del sequestro, la tortura e l'omicidio del vice-commissario Fermín Albareda avvenuto nel 1979.
Il testimone trovato morto era un ex-poliziotto, Jesús González, che negli anni della dittatura aveva prestato servizio come guardia in un centro di detenzione clandestina del regime dove secondo l'accusa il vice-commissario Fermín Albareda fu trattenuto, torturato e poi ucciso. La testimonianza di Jesús González poteva far conoscere come si svolsero i fatti e poteva aiutare la giustizia a condannare i responsabili di questo omicidio.
Le prime indagini sulla morte di Jesús González si sono incentrate sul suicidio ma gli investigatori non hanno creduto a questa versione dei fatti e stanno cercando di scoprire cosa è realmente accaduto nella sua casa di Córdoba.
Questa morte, che segue dopo tre anni la scomparsa di Julio López chiamato a raccontare i crimini commessi dall'esercito durante la dittatura, dimostra come "la dittatura argentina faccia ancora paura"

lunedì 14 dicembre 2009

La rielezione di Evo Morales

Evo Morales ha vinto le elezioni presidenziali del 6 dicembre 2009 con circa il 62% dei voti mentre il suo primo rivale, Manfred Reyes Villa, si attesta intorno al 25% di voti.

Il dato elettorale dai suoi detrattori è visto come un insuccesso, perché nel referendum che permette al popolo della Bolivia di revocare il mandato del presidente dopo 2 anni aveva ottenuto il 70% delle preferenze. Mentre secondo gli analisti politici l'essere passato dal 52% di quattro anni fa all'attuale 62% è sicuramente un successo politico.
Il popolo boliviano ha premiato la politica di nazionalizzazione del settore estrattivo e la conseguente redistribuzione dei profitti; la creazione di uno Stato plurinazionale e multi etnico con il riconoscimento di tutte le popolazioni indigene sancito dalla nuova Costituzione. Altro punto a favore di Morale è stata la crescita economica del paese che nel 2008 si è attestata al 6% mentre nell'anno della crisi globale dovrebbe essere del 4% secondo i dati della Commissione dell’ONU per l’economia latino americana (CEPAL), inoltre è da considerare l'ottimo stato delle riserve valutarie.

Per la prima volta in Bolivia è stato ridistribuito circa mezzo milione di ettari di terra ai contadini poveri ed è stato avviato un programma di alfabetizzazione, i lavoratori hanno un salario minimo garantito che è cresciuto costantemente, le persone anziane hanno riconosciuto dopo molti anni il diritto alla pensione e le donne in stato interessante ricevano mensilmente dei sussidi dallo Stato oltre a delle prestazioni sanitarie gratuite.

Il risultato delle urne dovrebbe portare al MAS nell'Assemblea Legislativa Plurinazionale, che sostituisce il Parlamento, circa 70 parlamentari su 130; mentre al Senato ceh conta 36 seggi dovrebbero essere 24 i Senatori del MAS.

Adesso Morales ha davanti 5 anni di governo sicuramente non semplici, probabilmente forse più difficili, dato che si deve costruire le basi per uno sviluppo industriale. Questo sviluppo non si dovrà limitare al solo sfruttamento del ricchissimo sottosuolo ma dovrà essere utilizzato per accrescere il benessere della popolazione e creare un nuovo modello virtuoso di sviluppo.

giovedì 10 dicembre 2009

Honduras: le elezioni farsa

Porfirio Lobo, candidato del Partido Nacional (destra), ha vinto le elezioni farsa tenute in Honduras il 29 novembre. Lobo è un importante imprenditore agricolo di 61 anni, nel 2005 partecipò alle elezioni e fu sconfitto proprio da Zelaya con uno scarto di meno del 4%. La sua campagna elettorale si è basata sul promettere sviluppo economico con l'aumento dei posti di lavoro e la diminuzione delle tasse.
La vittoria a queste elezioni è stata giustamente contestata dal legittimo presidente, Manuel Zelaya, che fu deposto il 28 giugno dal colpo di Stato orchestrato dalle oligarchie militari e politiche.
Insieme a Zelaya si sono schierati quasi tutti gli stati del Sud America con gli USA, Colombia, Perù, Costa Rica e Panama che affermano che le elezioni sono indispensabili per riportare il paese alla normalità democratica; mentre gli altri stati, con in prima fila Brasile, Argentina e Venezuela, sostengono che se si accettano le elezioni proclamate dai golpisti si avvalla implicitamente l'atto autoritario che ha deposto Zelaya ed ha imposto Roberto Micheletti alla guida del paese.

Il giorno delle elezioni il Tribunale Supremo Elettorale (da ricordare che i vecchi membri del TSE sono stati sostituiti con nuovi uomini fedeli al regime di Micheletti) ha affermato che a causa del grande afflusso pacifico di persone alle urne è stato prolungato l’orario di apertura dei seggi ed, inoltre, è stato suggerito di non apporre sul dito dei votanti l'inchiostro che indica che l'elettore ha già votato. In questo modo qualunque elettore può votare più volte.
Dall'altro lato invece, il presidente del Comité para la Defensa de los Derechos Humanos en Honduras, Andrés Pavón, affermava che circa il 66% degli elettori non si fosse presentato alla urne. Oltre al dato sull'astensionismo il Codeh ha segnalato che durante una manifestazione a Tegucigalpa contro le elezioni illegittime un manifestante è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco esploso dalla polizia. Sempre durante la manifestazione sono state arrestate numerose persone e poi tutte rilasciate tranne uno che per adesso risulta desaparecido. Un'altra manifestazione si è svolta a San Pedro Sula nella quale si segnalano pestaggi da parte della polizia, arresti indiscriminati (tra cui due preti del Consejo Latinoamericano de Iglesias che osservavano il rispetto dei diritti umani) ed un altro desaparecido.

Il grande astensionismo e le manifestazioni contro le elezioni golpiste dimostra che il popolo del Honduras continua a cercare un via per opporsi ai vecchi e nuovi golpisti che adesso hanno addirittura un governo già riconosciuto da alcuni Stati; non è che l'Honduras è il primo paese dove si è ricominciato ad esportare la democrazia?

domenica 6 dicembre 2009

La Ley de Caducidad è incostituzionale

In Uruguay esisteva una legge che rendeva impunibili tutti i crimini commessi durante la lunga dittatura (1973-1985) che ha insanguinato il paese; la legge si chiama Ley de Caducidad de la pretensión punitiva del Estado e fu promulgata nel 1986, appena terminata la dittatura, e ratificata nel 1989.
Il 20 ottobre la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale tale legge perché viola il principio di separazione dei poteri; inoltre al momento della sua emanazione non furono seguite le procedure indicate dalla Costituzione. La richiesta di esame da parte della Corte Costituzionale era stata inoltrata dall'avvocato dell'accusa nel processo per l'uccisione di un militante comunista avvenuta nel 1974.
Adesso sarà possibile iniziare i processi contro gli aguzzini della dittatura per provare a scoprire la verità ed a punire i responsabili dei delitti che hanno insanguinato il paese tra il 1973 ed il 1985.

mercoledì 2 dicembre 2009

Eletto Mujica presidente del Uruguay

José Alberto "Pepe" Mujica Cordano, l’ex guerrigliero Tupamaro che ha subito 13 anni di prigionia e torture durante la dittatura, è il nuovo presidente dell'Uruguay.
Il candidato del Frente Amplio ha ottenuto il 51,9% dei voti, mentre il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale il 42.9%; l'affluenza alle urne è stata alta e si è attestata al 89,86% circa.

Mujica è l'espressione del popolo. Pepe iniziò la sua militanza politica nel Partido Nacional e successivamente nel movimento di guerriglia Tupamaros. Guerrigliero fino al 1985, anno della fine della dittatura. Finita la dittatura ritorna a fare il venditore di fiori, lavoro che aveva abbandonato per la militanza politica, nei piccoli mercati di quartiere. Eletto deputato nel 1994 e accettò come compenso economico solamente il salario minimo di un operaio che però non gli permetteva di vivere, per questo continuò a fare il fioraio nei piccoli mercati rionali.

Mujica appena avuto i risultati ufficiali delle elezioni ha tenuto il primo discorso da presidente sotto una forte pioggia e davanti a migliaia di uruguayani che lo stavano festeggiando nel centro di Montevideo. Visibilmente emozionato ha posto come punto fondamentale della sua presidenza l’uguaglianza dei cittadini, ha ricordato che "questo è un giorno storico. Questo governo deve essere migliore di quello precedente perché la vittoria di queste elezioni rafforza le idee in cui crediamo e per cui ci battiamo".
Il neo presidente ha chiuso il suo discorso con i ringraziamenti "ai concittadini, ai fratelli latino americani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.

L'elezione alla presidenza dell'Uruguay di un ex-guerrigliero che per vivere vendeva fiori nei mercati di Montevideo forse è la continuazione o il rafforzamento del sogno, iniziato con un militare di umili origini, un operaio sindacalista ed un sindacalista indigeno, di poter avere un "mondo nuovo" che ascolta i popoli e che sia basato sulla pace e la democrazia.

domenica 29 novembre 2009

Nicaragua libero dall'analfabetismo

Nel settembre 2009 il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha dichiarato il proprio paese libero dall'analfabetismo. Il governo Ortega ha iniziato il programma "Yo, sí puedo" poco più di due anni fa ovvero subito dopo la vittoria elettorale; in quel momento la popolazione del Nicaragua aveva circa il 21% di analfabeti mentre oggi se ne contano il 3,5%.
Il paese ancora non è completamente libero da questa piaga culturale ma gli insegnanti nicaraguensi, cubani e venezuelani hanno lavorato molto duramente in tutto il paese.
La conferma che il paese si avvia verso la completa alfabetizzazione è giunta dalla ricerca compiuta dall'UNESCO che ha confermato i dati del Governo Ortega e quindi ha dichiarato il Nicaragua paese libero dall'analfabetismo dato che la soglia di analfabeti, per l'UNESCO, deve essere inferiore al 5% della popolazione nazionale.

Il progetto del Governo è quello di eliminare completamente questo flagello assicurando a tutta la popolazione il diploma della scuola primaria entro il 2015 ed il diploma secondario prima del 2021.
Altro dato, che deve far riflettere, è quello della fascia di età tra i 14 ed i 30 anni dove il programma è intervenuto più massicciamente; la popolazione compresa in questo intervallo è quella che ha "beneficiato" maggiormente della privatizzazione dell'istruzione voluta ed attuata nei 15 anni di governi neoliberisti.

Il Presidente Ortega ha premiato durante la cerimonia per sancire questo primo passo verso la completa alfabetizzazione del paese, il professor Orlando Pineda per il suo lavoro a favore dell'alfabetizzazione durato dagli anni '80 con la Asociación de Educación Popular "Carlos Fonseca Amador" (AEPCFA); Pineda ha affermato che adesso la sfida è quella di "insegnare a tutti i nicaraguensi a leggere e scrivere e contemporaneamente gettare le basi per far si che l'analfabetismo non metta mai più piede in Nicaragua".
Il ministro dell'istruzione De Castilla ha poi aggiunto che adesso è arrivato il momento di riformare il sistema educativo del paese ritornando alla gestione pubblica perché, dopo le riforme liberiste, gran parte delle famiglie nicaraguensi non posso permettersi di mandare i propri figli in scuole private.

martedì 24 novembre 2009

Il popolo degli Awá

In Colombia è presente un popolo che rischia l'estinzione a causa della politica del governo Uribe e dei paramilitari. Gli Awá, che nella loro lingua significa "gente", oggi sono circa 27 mila e popolano un'area di di circa 320 mila ettari che va dalla provincia di Nariño fino alla provincia di Putumayo.
Originariamente gli Awá era un popolo nomade di cacciatori ma sono stati costretti a diventare stanziali ed hanno dovuto iniziare a coltivare la terra ed allevare animali perché era diventato impossibile seguire le migrazione dei branchi.
Il cambiamento è nato quando i coloni europei, poi le guerre civili, poi i cercatori di oro e di risorse del sottosuolo ed infine i cocaleros hanno iniziato ad occupare le loro terre fertili e ricche obbligandoli a cambiare la loro vita e la loro cultura millenaria.
Con problemi sorti con la colonizzazione europea si è aggiunta, negli ultimi tre decenni, la guerra tra FARC e Stato colombiano che vede le loro terre protagoniste degli scontri e delle scorribande dei paramilitari e dei narcos hanno aumentato le minacce alla loro cultura ed alla loro sopravvivenza.
Il popolo degli Awá si sente minacciato a causa della ricchezza delle terre che loro occupano, ed il presidente dell'Unità Indigena (Unica), Gabriel Bisbicus, afferma che esistono "forze oscure, con la complicità di organismi di sicurezza statale" che pedinano, minacciano, perseguitano i nativi; per sostenere questa tesi ricorda che da gennaio 2009 sono stati uccisi 28 indios senza che la polizia abbia individuato mai un colpevole.
L'ultimo episodio che ha visto, sfortunatamente, protagonista il popolo indio è stato il massacro di dodici persone, tra cui sette giovani sotto i diciotto anni ed addirittura un bambino di un anno, avvenuto nella notte del 26 agosto 2009.
Il massacro è avvenuto nell'area di Gran Rosario, nel Tumaco, dove un gruppo di uomini vestiti con mimetica ed incappucciati sono entrati in una casa di El Divisio ed hanno ucciso dodici Awá.
Le indagini della polizia non hanno tenuto conto delle testimonianze di alcuni abitanti del villaggio e di alcune tracce evidenti, come munizioni calibro nove millimetri e le impronte lasciate da anfibi rinforzati, utilizzati dai paramilitari e dall'esercito e non dalle FARC, che invece utilizzano stivali in gomma come i contadini colombiani.
Anche se le prove portano verso i paramilitari o l'esercito, la polizia ha trovato un capro espiatorio che secondo gli investigatori avrebbe ucciso da solo i dodici indio. Il colpevole predestinato è Jairo Miguel Paí, anche lui Awá, che da molto tempo è in conflitto con la comunità indigena che lo ha addirittura espulso perché aiutò i paramilitari in alcune operazioni oltre ad aver estorto del denaro alla comunità Awá.
Il portavoce della comunità dopo l'arresto di Paí ha affermato: "Adesso, quello che vogliono (le autorità di polizia) è che le indagini portino a dei colpevoli, siano quelli che siano, perché noi non condividiamo la tesi secondo cui Paí sia l'autore della strage".
Il luogo dove è avvenuto il massacro non sembra casuale ma piuttosto sembra scelto con cura e con l'intento di punire e avvertire l'intera comunità Awá, perché gli omicidi sono avvenuti in casa di Sixta Tulia García che denunciò con forza l'esercito per la morte del marito, Gonzalo Rodríguez.

giovedì 19 novembre 2009

Ballottaggio in Uruguay

Domenica 15 ottobre 2009 in Uruguay si sono svolte le elezioni presidenziali per la successione al presidente uscente Tabaré Vázquez. Vázquez è stato il primo presidente di centrosinistra (Frente Amplio - FA), dopo 150 anni di ininterrotto governo dei due partiti storici (Partido Blanco e Partido Colorado).
Le urne hanno decretato il ballottaggio tra il candidato Pepe Mujica, del FA ed ex guerrigliero tupamaro, con il 48% dei voti contro il 31% del candidato del Partido Blanco (conservatore) Luis Alberto Lacalle già ex-presidente dal 1990 al 1995.

Non è scontato che il risultato del ballotteggio sia a favore di Mujica perché anche se il suo antagonista al primo turno si è fermato al 48%, può contare sui voti della terzo partito uruguayano, Partido Colorado, che ha ottenuto il 18% dei voti. Con questi dati è possibile prevedere un testa a testa tra i due pretendenti alla presidenza.

domenica 15 novembre 2009

Honduras: verso le elezioni farsa

Il colpo di stato effettuato il 28 giugno 2009 sembrava superato dagli accordo per il ritorno alla democrazia ratificato nell'ottobre 2009 dal presidente legittimo e destituito, Zelaya, e dal dittatore Micheletti. L'accordo voluto, anzi imposto, dagli USA non è mai stato attuato e così oggi l'Honduras vive un nuovo momento di crisi perché il governo golpista di Micheletti lo ha rinnegato in toto non permettendo al legittimo presidente il ritorno nel paese. Il governo Micheletti ha incassato da parte degli USA. il riconoscimento ufficiale delle elezioni che si terranno a fine novembre.
Stando così i fatti i golpisti si sono assicurati il riconoscimento formale e l'appoggio statunitense.
Con tutte queste premesse il Fronte Nazionale di Resistenza contro il colpo di stato ha deciso di boicottare le elezioni e quindi di ritirare il proprio candidato Carlos H. Reyes; la decisione è stata presa dopo una consultazione interna che ha visto il voto di 15.000 persone delle quali circa il 94% si è espresso a favore del boicottaggio.

Con la decisione del Frente di non partecipare alle elezioni pilotate apre una nuova fase di resistenza civile che conta già cinque mesi di lotte. Sarà molto difficile per il popolo honduregno riuscire a resistere alle pressioni che arriveranno, a dire il vero sono già arrivate, dell'esterno (USA) e dall'interno (militari e formazioni paramilitari); oltre a questo si deve riflettere sul ruolo dei media internazionali che hanno deciso di stendere una cortina di fumo per far dimenticare all'opinione pubblica il nuovo esperimento di instaurazione da parte statunitense di un governo fantoccio come accadde già nel XX secolo in Sud America.

giovedì 12 novembre 2009

Ripristinati i diritti costituzionali

Il 21 ottobre in Honduras il governo golpista di Micheletti ha ufficialmente sospeso il decreto emesso in settembre che sospendeva gran parte dei diritti costituzionali.
Grazie a questa sospensione i cittadini hondureni potranno tornare e riunirsi e manifestare senza la paura di essere arrestati; anche i mezzi di informazione che sono stati chiusi come Radio Globo e Canal 36 potranno riprendere le trasmissioni.

La notizia della ratifica del decreto è stata data dal governo golpista che ha affermato che "dal momento in cui si è messa in moto questa misura nelle strade di questa capitale, sono cessate le manifestazioni degli zelaysti, che avevano come obiettivo, oltre quello di uscire per le strade a protestare, quello di delinquere. Come è accaduto quando hanno distrutto i negozi".
La realtà e la verità ancora una volta viene invertita e manipolata da chi ha cacciato il legittimo presidente con la forza militare e non vincendo le elezioni. Al momento dell'ufficializzazione del ripristino dei diritti costituzionali a Tegucigalpa, sono continuate le manifestazioni spontanee, e la bullaranga, ovvero le persone che nelle proprie case sfidava coprifuoco facendo un rumore assordante con ogni oggetto che capitava nelle loro mani, è continuata e se possibile più assordante dei giorni precedenti.

martedì 10 novembre 2009

Termina il golpe in Honduras?

Dopo più di 4 mesi dalla deposizione del Presidente Zelaya da parte delle forze golpiste guidate da Micheletti la trattativa per il ritorno alla democrazia sembra arrivare al suo epilogo.
L'OEA (Organizzazione degli Stati Americani) ha reso pubblico la firma dell'accordo, avvenuta il 29 ottobre 2009, tra le delegazioni del legittimo Presidente Manuel Zelaya e quella del golpista Roberto Micheletti.
(L'accordo prevede che sia il Congresso Nazionale a decidere se reinsediare o no Zelaya come presidente fino alle elezioni presidenziali di fine novembre.)

La soluzione alla stallo che durava da più di un mese, cioè da quando è arrivato a Tegucigalpa il presidente Zelaya che poi si è rifugiato nell'ambasciata brasiliana, si è avuta con l'arrivo del segretario di Stato USA per l'Emisfero occidentale, Thomas Shannon, che ha avuto un incontro con la delegazione golpista la quale ha deciso di accettare le richieste che ha sempre respinto con fermezza.
Roberto Micheletti, il capo dei golpisti, ha deciso di avvallare il piano di pace che gli USA hanno sponsorizzato solo negli ultimi giorni di ottobre. Micheletti ha dichiarato: "Il mio governo ha deciso di appoggiare la proposta di far decidere al parlamento, dopo aver ascoltato la Corte suprema di giustizia, se riportare il potere esecutivo della nostra nazione a prima del 28 giugno."
Shannon dopo aver ottenuto la firma dell'accordo ha affermato:"Gli Stati Uniti accompagneranno l'Honduras fino alle elezioni del 29 novembre"; mentre il segretario di Stato, Clinton, ha commentato: "Voglio rallegrarmi con il popolo del Honduras, così come con il presidente Zelaya e con il signor Micheletti per aver raggiunto questo storico accordo".

L'accordo sottoscritto prevede che sia il parlamento, che vede al suo interno solo deputati che hanno appoggiato il golpe perché gli altri o si sono dimessi o sono stati espulsi, decida se reinsediare o meno Zelaya. Zelaya accettando questo accordo ha riconosciuto un parlamento formato da golpisti.
Dato per scontato che Zelaya verrà reintegrato si formerà un governo di unità nazionale che sarà sciolto dopo le elezioni del 29 novembre, che fino ad alcuni giorni prima della firma dell'accordo erano illegittime per lo stesso Zelaya ma che oggi accettando la guida del governo di unità nazionale le rende "legali". Da tutto ciò si evince che la forma democratica delle elezioni è salva perché si tengono non in presenza di un governo auto proclamato ma di fatto la democrazia viene umiliata.
La speranza per un ritorno alla vera democrazia che porti ad una assemblea costituente, come il popolo desidera ed ha sottolineato resistendo per più di quattro mesi al golpe manifestando pacificamente, è quello che uno dei due candidati alla presidenza Carlos H. Reyes e Cesar Ham, che da subito si sono opposti al golpe, possa vincere il 29 novembre.
La loro vittoria è molto improbabile dato che i quattro candidati Porfirio Lobo Sosa, del Partido Nacional, Elvin Santos, del Partido Liberal, Bernard Martínez, del Partido Innovación y Unidad e Felícito Ávila, della Democracia Cristiana, sono già in campagna elettorale da alcuni mesi oltre ad aver appoggiato i golpisti.

sabato 7 novembre 2009

Lo stallo nelle trattative

I colloqui che dovrebbero permettere al presidente legittimo del Honduras di tornare nel suo paese oltre a far terminare la dittatura instaurata il 28 giugno 2009 si stanno svolgendo a Tegucigalpa.
Il negoziati sono basati sull'Accordo di San José, promosso dal presidente del Costa Rica Oscar Arias, che prevede il ritorno di Zelaya, l'amnistia politica ed un governo di riconciliazione. Le notizie che trapelano dagli incontri sono frammentarie e vengono smentite immediatamente da entrambe le parti; anche se una notizia è certa ed è quella che Micheletti vorrebbe le elezioni generali il 29 novembre 2009; ma la comunità internazionale ha bocciato questa possibilità, affermando che fino a che Zelaya non tornerà al potere non sarà possibile svolgere delle elezioni realmente democratiche.

La resistenza del popolo hondureno è pacifica ma sfortunatamente il regime ha cercato di reprimere il movimento di resistenza con la violenza; infatti si contano 18 morti (4 durante le manifestazioni e 14 per esecuzioni extragiudiziali), 300 feriti da catene di metallo e pallottole, poi ci sono 3000 persone detenute illegalmente; 39 di queste hanno iniziato lo sciopero della fame contro la loro detenzione.

Il Frente contra el golpe en Honduras sta dando una dimostrazione tangibile che resistere al golpe è possibile e soprattutto è possibile resistere pacificamente. Se il movimento avesse imbracciato le armi, sarebbe esplosa una sanguinosa guerra civile e, fatto fondamentale, il popolo non avrebbe seguito i guerriglieri e di conseguenza la resistenza ai golpisti avrebbero perso l'appoggio popolare e quindi la propria forza.
Il Frente contra el golpe en Honduras non è composto solo da persone pro Zelaya (eletto nelle liste del conservatore partito liberale); il movimento lo appoggia perché è il presidente democraticamente eletto e perché ha teso la mano al popolo soprattutto a quello più povero.
Zelaya si è avvicinato molto al popolo quando si è fatto promotore di una proposta popolare, firmata da 45000 hondureni, sulla convocazione di una nuova assemblea costituente ed è per questo che il 28 giugno 2009, giorno del golpe, il popolo si sarebbe dovuto esprimere se inserire nella tornata elettorale del 29 novembre anche il referendum.
Chi si opponeva a Zelaya ed al rischio di vedere vincere il referendum per riscrivere una nuova Costituzione ha mentito affermando che in questo modo Zelaya avrebbe modificato la carta costituzionale per farsi rieleggere ma questo non è e non era possibile perché il 29 novembre 2009 si sarebbe dovuto votare contemporaneamente per il nuovo Presidente e per decidere se scrivere o meno una nuova Costituzione.

A più di quattro mesi dal golpe in Honduras il popolo sembra aver fatto suo l'articolo 3 della Costituzione, il quale recita che non è dovuta nessuna obbedienza a chi usurpa il potere, e che è legittimo combattere gli usurpatori. La speranza è che il popolo honduregno resista e che dell'esterno arrivi un vero e proprio sostegno.

martedì 3 novembre 2009

Honduras, cosa sta accadendo?

I negoziati tra Zelaya ed il governo golpista che lo ha deposto sono iniziati ma con loro è iniziata anche la repressione contro la popolazione che appoggia il legittimo presidente .
Nella capitale, Tegucigalpa, la situazione è molto grave; molte persone sono state arrestate e si sono dichiarate "prigionieri politici"; alcune delegazioni che vigilano sul rispetto dei diritti umani cercano di presidiare ogni area della capitale per evitare che l'esercito e la polizia arrestino indiscriminatamente che si oppone al regime.

Le azioni intraprese dal golpista Micheletti si sono inasprite, a soli tre giorni dal ritorno di Zelaya in Honduras, decidendo di sospendere le libertà sancite dalla Costituzione per 45 giorni, dando poteri speciali all'esercito e polizia, vietando la libera circolazione e la riunione delle persone e prevedendo inoltre la chiusura di alcuni mezzi di comunicazione. Infatti Canal 36 e Radio Globo sono state chiuse perché ree di aver trasmesso notizie allarmanti e perché sostenitrici di Zelaya.
Dopo la sospensione dei diritti costituzionali il governo golpista ha bloccato anche i negoziati espellendo anche i mediatori dell'OEA; il ministro degli Esteri del governo de facto ha intimato al Brasile che se entro 10 giorni non si definisce lo status di Zelaya, l'ambasciata perderà ogni suo diritto diplomatico. In reazione a questa minaccia, il presidente Lula da Silva ha ribadito con fermezza che ogni ambasciata è tutelata dal diritto internazionale e "se i golpisti entreranno con la forza nell'ambasciata, considereremo violata ogni norma internazionale".

Il ministro degli esteri del Governo di Manuel Zelaya, Patricia Rodas, ha denunciato che sono stati lanciati gas tossici contro l'ambasciata brasiliana, a Tegucigalpa, che ospita il presidente Zelaya.
Patricia Rodas ha portato come prove all'Assemblea Generale dell'ONU le analisi di uno specialista che ha raccolto campioni di aria e terreno vicino all'ambasciata brasiliana in cui si evidenziano elevate concentrazioni di ammoniaca, di acido cianidrico che vengono utilizzati nei gas tossici e che provocano vertigini, nausea, vomito, mal di testa e difficoltà respiratorie. Il Ministro ha poi chiesto l'invio urgente di una missione sanitaria guidata dall'ONU perché in Honduras si sta reprimendo il dissenso con una guerra irregolare supportata anche da armi chimiche.

I manifestanti honduregni si continuano a mobilitare continuando la loro resistenza ed aspettano, forse invano, un aiuto esterno che ancora tarda ad arrivare.

domenica 1 novembre 2009

Ancora una condanna per Contreras

Manuel Contreras, ex capo della Dina (Intelligenze cilena), è stato nuovamente condannato dalla Corte Suprema cilena a 15 anni di reclusione per aver ordinato il sequestro e l'uccisione di due oppositori politici della dittatura militare di Pinochet.
Insieme a Contreras sono stati condannati anche l'ex agente della DINA, Miguel Krassnoff, ed il colonnello, ormai in pensione, Ciro Torres.
I tre sono stati condannati per l'omicidio di Lumi Videla uccisa il 3 novembre 1974 durante un interrogatorio diventato poi una tortura che si tenne nel palazzo della Dina. Lumi era la moglie di Sergio Perez Molina, capo del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir), che fu rapito il 22 settembre 1974 e su cui non si hanno più notizie, ancora oggi è un desaparecido.

domenica 25 ottobre 2009

L'acqua: un diritto inalienabile

Il governo ecuadoriano ha presentato un disegno di legge che mette in pratica l'articolo 12 della nuova Costituzione che afferma: "Il diritto umano all’acqua è fondamentale ed irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico inalienabile ed essenziale per la vita".
La proposta di legge che il Governo ha presentato alla Presidenza della Repubblica pone l'accento sul principio che "l'acqua è una risorsa e come tale è patrimonio nazionale e strategicamente ad uso pubblico" per cui le concessioni verranno erogate solo e soltanto per soddisfare i bisogni della popolazione.
Altro punto importante della proposta è quello che vieta con ogni modalità la gestione privata sia diretta che indiretta dell'acqua e se ne vieta anche lo sfruttamento economico. Con questo indirizzo si stabilisce che solo delle società pubbliche, comunità agricole, organizzazioni comunali, possano erogare il servizio avendo come obbiettivo quello di soddisfare le necessità dell'intera comunità.
Il disegno di legge, che dovrà essere approvato entro la metà di ottobre del 2009, si compone di 197 articoli in cui si specifica anche che le cariche dirigenziali delle società che gestiranno il servizio pubblico saranno elette democraticamente e non potranno superare i 3 mandati.

mercoledì 21 ottobre 2009

Alla sbarra la Chevron per danni ambientali

La compagnia petrolifera statunitense Chevron fu denunciata più di dieci anni fa in Ecuador per il danni all'ambiente causati dall'improprio smaltimento dei rifiuti dell'estrazione e della lavorazione del greggio tra il 1966 ed il 1990.
Lo smaltimento, non controllato, dei rifiuti tossici e di petrolio grezzo da parte della Chevron ha causato un forte inquinamento del Rio delle Amazzoni. I versamenti illegali nel bacino idrico più vasto al mondo ha causato danni incalcolabili sia all'ambiente sia alle popolazioni locali; il danno economico per bonificare e risarcire le popolazioni è stato quantificato dal Governo dell'Ecuador in circa 28 miliardi di dollari.
Oltre alle accuse formali che hanno portato ad aprire un processo a carico della compagnia petrolifera statunitense, la Chevron deve difendersi anche da un lungometraggio (intitolato Crude) che documenta come gli indios e le comunità che vivevano a stretto contatto con il Rio delle Amazzoni abbiano avuto un incidenza molto più alta della media nazionale di alcune malattie come cancro, leucemie, aborti, malformazioni dei neonati; tutti questi danni secondo autorevoli studi sono riconducibili all'inquinamento prodotto dalla multinazionale.
La multinazionale statunitense per cercare di non perdere totalmente la propria credibilità e per porre un freno, anche se parzialmente, alle accuse su cui la magistratura sta indagando sembra sia venuta in possesso di alcuni video in cui il giudice che presiede il processo a carico della Chevron stia trattando il suo prezzo con due rappresentanti del governo che vorrebbero far condannare la compagnia petrolifera.
Dopo questa rivelazione il governo ha chiesto alla Chevron di rendere pubblico il video ma la multinazionale si è rifiutata senza motivarlo, aggiungendo che le immagini ed i colloqui tra il giudice e gli emissari del governo sono più che eloquenti.
Il perché la Chevron non renda pubblici questi video non è dato saperlo ma il sospetto che sorge è quello che i video non esistano, e servano solo per sviare l'opinione pubblica e per mettere in cattiva luce il Governo e la giustizia ecuadoriana che è chiamata a giudicare un complesso processo.

giovedì 15 ottobre 2009

Repressione in Honduras

Durante la notte del 22 settembre a Tegucigalpa migliaia di persone sono rimaste accampate intorno all'ambasciata brasiliana anche se il governo golpista aveva imposto il coprifuoco fino alle 7 di mattina prorogato poi fino alle 19.
L'esercito e la polizia hanno chiuso l'aeroporto internazionale della capitale ed hanno anche bloccato tutte le vie di accesso alla città; ma molte persone che provengono da varie parti del paese sono riuscite e raggiungere l'ambasciata dove Zelaya si è rifugiato.

Dopo una notte passa tranquillamente, circa alle 6 del mattino, l'esercito e la polizia hanno intrapreso molte azioni contemporanee contro i manifestanti in varie parti della città; fortunatamente i manifestanti durante la notte, non fidandosi del governo golpista, si sono creati delle barricate per resistere ad eventuali attacchi delle forze dell'ordine che puntualmente sono arrivate.
L'esercito ha attaccato con un fitto lancio di lacrimogeni e con numerosi colpi di fucile le barricate di Ponte Guancaste, di ponte de La Reforma Calcolando, di Barrio Morazán e di Barrio Guadalupe provocando, secondo fonti ufficiose, tre morti e più di duecento feriti gravi
L'ambasciata brasiliana, dove si trovano più di 300 persone oltre al legittimo presidente ed il corpo diplomatico, è isolata ed è stata tagliata la fornitura di acqua e di cibo da quando Zelaya si è rifugiato.
Le azioni della polizia non si sono fermate solo al cercare di fare breccia tra le barricate costruite dai manifestanti, ma hanno anche fatto irruzione nelle case per arrestare i dissidenti. Danno fuoco alle auto degli oppositori, arrestano le persone che si trovano all'ospedale dopo gli scontri del pomeriggio del 23 settembre e vengono condotti al centro di detenzione creato allo stadio Chochi Sosa, una idea presa in prestito dal dittatore, dove sembra che oltre 150 persone siano rinchiuse illegalmente.

Alcune testimonianze trapelate dalla capitale che è praticamente isolata affermano che "da qualche ora commandos della polizia, delle forze speciali Cobra e dei militari stanno aggredendo la gente che si trova intorno all'ambasciata brasiliana. Sono stati confermati due morti per ferita da arma da fuoco, sparati durante lo sgombero forzato. Gas lacrimogeni e spari tutto intorno all'ambasciata e vicino al palazzo dell'Onu, dove lo sgombero prosegue. È stata anche violata la sovranità brasiliana, in quanto un lato dell'edificio è stato colpito. In vari punti del paese si sente che a centinaia siano stati arrestati nei vari posti di blocco instaurati per evitare che la gente continui ad affluire Tegucigalpa. Ci appelliamo alla comunità internazionale, affinché con urgenza intervenga per esigere la fine della repressione immediatamente". "Le forze repressive del governo golpista ha lanciato una caccia al popolo honduregno nelle strade di Comayaguela e Tegucigalpa. Nei pressi dell'ambasciata brasiliana ci sono molte persone ferite. Alcuni sono scomparsi. Chiediamo aiuto a tutte le nazioni del mondo. Fermiamo questa barbarie. Ci appelliamo a tutti i paesi che si sono detti nostri amici, aiutateci ora. Non possiamo aspettare domani. È urgente! Le nostre vite sono in pericolo. La vita stessa del presidente e dei suoi familiari. Questa repressione è brutale".

Il presidente illegittimo Micheletti che aveva aperto le porte al negoziato ha scoperto le proprie carte, ha preso tempo ed infine ha usato l'universale ed intramontabile stile golpista: repressione a suon di lacrimogeni e colpi di fucile.

domenica 11 ottobre 2009

Guatemala: condannato paramilitare

Il processo che vedeva imputato l'ex paramilitare Felipe Cusanero in Guatemala è terminato con una sentenza di colpevolezza a suo carico per le decine di persone che ha torturato e ucciso personalmente nel villaggio di Choatalum, nella provincia di Chimaltenango, tra il 1982 e il 1984. Cusanero è stato condannato a 150 anni di carcere.
La guerra civile in Guatemala iniziò quanto il dittatore Carlos Castillo Armas si insediò al posto del presidente, Jacobo Arbenz Guzmán nel 1954, eletto democraticamente.
La dittatura militare che si instaurò portarò al conflitto civile che durò per 36 anni a partire dal 1960, e che provocò 200.000 morti, in maggior parte indios, tra la popolazione guatemalteca. L'ONU una volta siglati gli accordi di pace formò la Commissione per la Verità per appurare le responsabilità sulle morti e sulle violazioni dei diritti civili. Nella relazione conclusiva della Commissione si può leggere che circa il 90% dei reati fu compiuta dai militari e dai paramilitari che li coadiuvavano.

mercoledì 7 ottobre 2009

Per la liberazione dei Cinque, contro il silenzio dei mezzi di comunicazione



A giudizio 129 agenti della DINA

Il giudice Víctor Montiglio ha firmato 129 ordini di arresto per altrettanti ex-agenti della polizia segreta (DINA) che erano in servizio durante la sanguinosa dittatura di Pinochet. I mandati di cattura sono stati spiccati per gli innumerevoli omicidi, sequestri, torture, inflitte dagli ex-agenti agli oppositori del regime dal 1973 al 1990.
Il tribunale cercherà da fare ulteriore luce sia sull'Operación Condor che sull'Operación Colombo,
Della Operación Condor parlò la prima volta il generale brasiliano Breno Borges Fortes, durante la decima conferenza degli eserciti americani del settembre 1973, che propose un'alleanza tra i vari servizi segreti al fine di combattere il comunismo. Nel febbraio 1974 le direzioni delle polizie segrete di Cile, Bolivia, Argentina, Uruguay e Paraguay si incontrarono con Manuel Contreras, capo della DINA, a Santiago del Cile e dettero vita ufficialmente alla Operación Condor.
La finalità della collaborazione era quella di reprimere ed eliminare tutte le forme di opposizione, politica, sociale e guerrigliera che lottavano contro le dittature. Vennero rapiti, torturati ed uccisi studenti, giornalisti, intellettuali, professori, sindacalisti, operai, madri e padri che cercavano i propri figli scomparsi. Il tutto fu sovvenzionato economicamente ed aiutato in termini di addestramento militare dalla CIA.
L'Operazione Colombo invece è stata pensata ed attuata dalla DINA nel 1975 e si prefiggeva come obbiettivo quello di eliminare i dissidenti politici che potevano nuocere al regime. Alcune inchieste aperte dopo la fine della dittatura di Pinochet hanno stimato che sono almeno 119 le vittime di questo piano.

sabato 3 ottobre 2009

Il ritorno di Zelaya

Il 22 settembre il legittimo presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, è rientrato nel proprio paese e precisamente si trova a Tegucigalpa nell'ambasciata brasiliana.
Diffusa la notizia del suo rientro molte persone si sono riversate nelle strade e si sono accalcate intorno all'ambasciata.
Il governo golpista come contromossa al rientro di Zelaya e del continuo afflusso dei suoi sostenitori all'ambasciata brasiliana ha deciso di instaurare il coprifuoco dalle 16, ora locale, alle 7.
Anche dopo la proclamazione del coprifuoco le persone hanno continuato a scendere in strada anche se controllate a vista dalla polizia e dall'esercito entrambi in tenuta anci sommossa ed armi in pugno. Un'ulteriore controllo viene effettuato da molti elicotteri dell'esercito che volano a bassissima quota

Un noto giornalista, che lavora a Radio Globo, ha dichiarato all'inviata di TeleSur che un gruppo di venti uomini dell'esercito ha fatto irruzione nella sua casa intimandogli di smettere di diffondere cosa stava accadendo nella capitale Tegucigalpa dopo il ritorno di Zelaya. Anche le società di telecomunicazione, che collaborano con le oligarchie golpiste, hanno iniziato a bloccare le linee telefoniche di loro proprietà per limitare il diffondersi delle notizie e le comunicazioni tra la popolazione.

Zelaya, dopo vari tentativi di rientrare in Honduras, è riuscito ad arrivare fino alla capitale ed a rifugiarsi, grazie al gesto diplomatico di Luiz Inacio Lula da Silva, nell'ambasciata brasiliana. Zelaya ringraziando il presidente brasiliano sta attendendo l'arrivo di Miguel Insulza, segretario generale degli Stati americani (Oea), che dovrebbe essere il diplomatico che contratterà con i golpisti il ritorno del presidente deposto.
Zelaya, parlando ai giornalisti dall'ambasciata dove è rifugiato, ha detto: "Ho percorso mezzo Honduras ... quasi 15 ore in differenti mezzi di trasporto. Ho avuto chi ha collaborato, ma non posso dire chi sia affinché nessuno venga molestato... alle Forze armate d'Honduras ... chiedo il buonsenso: la gente è disarmata e pacificamente sta gridando loro di consegnarsi, con allegria".

martedì 29 settembre 2009

Il 15 settembre in Honduras

Il 15 settembre in Honduras si è ricordata una data storica, l'anniversario dell'indipendenza del Centro America. In questo giorno si sono riversate nelle strade migliaia di cittadini honduregni per ricordare l'evento ma anche per ricordare al mondo che sono, ormai, ottanta giorni dalla cacciata del legittimo presidente, Zelaya, da parte dei militari guidati da Micheletti.
Si sono svolte varie manifestazioni in tutto il Paese ed il Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato ha reso noto che oltre cinquecentomila persone hanno invaso pacificamente le strade dell'Honduras. Nella capitale più di trecentomila persone si sono radunate all'aeroporto di Toncontín in attesa del ritorno di Manuel Zelaya; un altro folto gruppo di manifestanti, circa centocinquantamila, si è riunita nel Parco Centrale.
Fortunatamente l'esercito non ha dato vita a nessuna azione repressiva e le manifestazioni si sono svolte nella massima tranquillità. Porfirio Ponce, vicepresidente Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili ( STIBYS ) che fa parte del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato, ha parlato ai manifestanti dicendo: "abbiamo commemorato l'indipendenza dell'Honduras e del Centro America mentre viviamo sotto un regime de facto golpista, che se da una parte ha tolto la pace al nostro paese, dall'altra ha provocato l'unità ed il rafforzamento del movimento popolare honduregno. Questo è un popolo che si è svegliato e oggi più che mai, siamo sicuri che nessuno potrà fermare il processo che ci porterà alla creazione di un'Assemblea Costituente. Questo popolo è sicuro di potere recuperare ciò che gli appartiene, attraverso la creazione di una nuova Costituzione che si basi sui bisogni ed i diritti della gente comune e non, come ora, sugli interessi dell'oligarchia locale".

venerdì 25 settembre 2009

Il golpe in Honduras/7

Le elezioni presidenziali del 29 novembre 2009 che si terranno in Honduras dopo il golpe del 28 giugno non verranno riconosciute dall'OEA secondo il presidente deposto Zelaya che ha avuto un colloquio con il segretario generale dell'Oea, Miguel Insulzache, affermando:"I paese aderenti hanno manifestato l'intenzione di non riconoscere le elezioni del prossimo 29 novembre".

I paesi che fanno parte dell'OEA sarebbero pronti ad adottare nuove e più pesanti sanzioni economiche contro il governo golpista guidato da Roberto Micheletti.

Oltre alle sanzioni economiche vi sono anche le sanzioni diplomatiche che cercano di isolare il governo golpista; il ministro della difesa argentino, Nilda Garré, ha depennato l'Honduras dalla lista dei paesi invitati a alla conferenza degli eserciti americani che si terrà a fine ottobre del 2009.

La cancellazione del l'invito è da imputare al fatto che i militari dell'Honduras sono state protagoniste del colpo di Stato contro il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya. Con questa decisione il Governo della Presidenta Cristina Kirchner dà seguito con fatti concreti alla solidarietà espressa dalla deposizione del legittimo presidente Zelaya.

La situazione in Honduras sembra non migliorare; la confusione sembra aumentare, secondo alcune voci che provengono da Tegucigalpa, alcuni testimoni hanno riferito che "la polizia ha usato lacrimogeni per disperdere un gruppo di manifestanti pro Zelaya che voleva avvicinarsi al palazzo presidenziale. La tensione sta aumentando ad ogni manifestazione contro il governo golpista". Secondo alcune ONG sembra che l'esercito e la polizia abbiano represso violentemente a San Pedro Sula una manifestazione contro il regime.

lunedì 21 settembre 2009

Cile: la protesta Mapuche continua

Nella metà di agosto 2009 le proteste Mapuche per la svendita delle loro terre "ancestrali" da parte del Governo alle multinazionali ha portato ad una grande manifestazione nella regione dell'Araucania.
In questa manifestazione i carabineros hanno usato la forza sparando in aria e non solo, per cercare di sgomberare un'area che i Mapuche rivendicano. Durante questa operazione un carabinero ha sparato ad un indigeno alle spalle provocando la morte del giovane.
Dopo l'ennesima morte provocata dalla polizia ai danni dei manifestanti Mapuche la protesta è ricominciata con ancora più vigore e decisione.
La Presidenta, Michelle Bachelet, ha inviato una delegazione nella regione dove è accaduto l'omicidio per capire cosa sta accadendo e per capire cosa stanno producendo le politiche statali a favore delle popolazioni indigene.

La comunità indigena che si era riunita per il funerale del giovane Jaime Collio ha deciso che se la politica del governo non interrompe la svendita di regioni fondamentali per la cultura mapuche loro continueranno a manifestare ed arriveranno fino all'occupazione delle terre. Gli indigeni chiedono che lo Stato assegni a loro la gestione delle terre "ancestrali" oltre al blocco delle concessioni che sono state emesse a favore delle multinazionali che ne sfruttano le ricchezze.
Oltre alla morte di Collio i manifestanti protestano per l'arresto indiscriminato di alcuni loro leader, affermando che non hanno commesso nessun delitto e che sono stati arrestati solo perché sono Mapuche e che combattono contro le decisioni scellerate del governo; quindi si considerano prigionieri politici.
La presidenta Bachelet ha risposta a queste accuse affermando: "In Cile non ci sono prigionieri politici mapuche: nel nostro paese nessuno viene arrestato per la sua ideologia o per l'etnia di origine, si va in carcere quando si commette un delitto".
Le parole della Bachelet suonano come un atto dovuto anche se la memoria mapuche trabocca di storie di arresti e detenzioni politiche.

giovedì 17 settembre 2009

Il massacro di Acteal non ha colpevoli

A metà agosto del 2009 la Corte Suprema messicana ha ordinato la scarcerazione di 22 uomini appartenenti al gruppo paramilitare che il 22 dicembre 1997 a Acteal massacrò 45 indios tra i quali vi erano molte donne incinta.
La Corte Suprema ha affermato che il processo a carico dei 22 imputati si è svolto con prove artefatte e con testimonianze false per cui ha disposto la scarcerazione. Mentre altre sei persone appartenenti al gruppo paramilitare che si è macchiato del massacro di Actael avranno diritto ad un nuovo processo.

Il massacro colpì un'associazione non violenta chiamata Las Abejas (le api) che lottava e lotta ancora oggi in modo pacifico e non violento per far riconoscere allo stato federale messicano i diritti degli indigeni.
L'avvocato dell'associazione Las Abejas ha commentato così la decisione del tribunale:"Questo tipo di decisione crea rischi molto seri per le persone che sono ancora legate all'organizzazione Las Abejas e per i testimoni oculari della vicenda".

domenica 13 settembre 2009

Ergastolo al generale Santiago Omar Riveros

La giustizia argentina condanna il generale Santiago Omar Riveros all'ergastolo per la tortura e l'omicidio di Floreal Avellaneda, un ragazzo di quindici anni che faceva parte del movimento giovanile del partito comunista, e per il sequestro e tortura della madre del ragazzo.
Il giovane quindicenne fu sequestrato con la madre il 15 aprile 1976 nella sua casa di Munro, durante un blitz della polizia finalizzato alla cattura del padre, omonimo. Madre e figlio furono torturati prima nel commissariato e poi a Campo de Mayo.
Riveros era il comandante di uno dei maggiori centri di detenzione clandestina, Campo de Mayo, dove venivano portate le persone che venivano rapite durante la dittatura.
Nel centro di Campo de Mayo alcuni studiosi argentini hanno stimato che sono stati rinchiusi più di 5000 argentini.
Oltre al generale il Tribunale Federale di San Martín ha condannato altri sei ufficiali da 8 a 25 anni "per la sistematicità e la larga scala dei delitti commessi" ma il giudice non ha accettato la richiesta dell'accusa che chiedeva l'imputazione di genocidio per i sei militari.
Iris Pereyra, la madre di Floreal, fu rilasciata tre anni dopo il suo sequestro, Durante il processo ha raccontato le torture che ha subito nel centro diretto dal generale Riveros: "Mi hanno applicato elettrodi alle ascelle, ai seni, alla bocca, ai genitali, e hanno fatto lo stesso con mio figlio".

Prima di questa sentenza Riveros fu condannato nel 1985 ma fu amnistiato nel 1989 dal "generoso" Menem; fortunatamente nel 2007 la Corte Suprema argentina dichiarò illegittima l'amnistia e la revocò dando il via a nuovi processi.

mercoledì 9 settembre 2009

Honduras: il golpe soffoca l'unica radio libera

Il golpe in Honduras continua a resistere malgrado le manifestazioni di dissenso represse con la violenza, anche grazie a manovre che bloccano la circolazione delle informazioni.
Radio Globo, l'unica voce dell'etere realmente indipendente, è stata chiusa grazie all'ordine del Generale Capo delle Forza Armate che è anche uno dei promotori del golpe.

Radio Globo aveva subito varie tentativi di chiusura con l'uso della forza ma i sostenitori di Zelaya avevano sempre fatto sentire la loro voce e con un presidio permanente davanti alla sede della radio erano riusciti a scongiurare il blocco delle trasmissioni.
Il giorno del golpe (28 giugno 2009) alla radio fu impedito di trasmettere perché fu interrotta l'erogazione dell'energia elettrica ma adesso il "governo" golpista Micheletti ha deciso di appellarsi alla giustizia per bloccare definitivamente le trasmissioni della radio che dalla deposizione del legittimo presidente del Honduras si è schierata contro i golpisti.
La conferma di questo richiesta alla giustizia è arrivata leggendo un documento che è stato presentato alla Comisión Nacional de Telecomunicaciones (CONATEL) in cui si richiede la chiusura della radio a nome dell'Auditoría General Militar de las Fuerzas Armadas. La richiesta è basata sull'accusa di "incitamento alla sedizione"; il fatto è da ricondurre all'intervista a cui il presidente della Comisión de los Derechos Humanos de Honduras (CODEH), Andrés Pavón, ha citato un articolo della Costituzione di Honduras che afferma il diritto del popolo alla non obbedienza a chi prende il potere con le armi, quindi afferma il diritto a ribellarsi ai golpisti.

Sfortunatamente il tentativo di chiudere un'emittente radio non è l'unica mossa fatta per controllare il mondo dell'informazione del Honduras; anche il canale televisivo pubblico (Canal 8) è stato venduto dal presidente golpista Micheletti ad un suo amico imprenditore.

sabato 5 settembre 2009

Il golpe in Honduras/5

Sabato 23 luglio 2009 il presidente legittimo del Honduras, Manuel Zelaya, si è portato sul confine tra Honduras e Nicaragua e lo ha attraversato insieme ad una folla che è riuscita a tenere a distanza i militari e la polizia che avevano ricevuto l'ordine di arrestarlo.
Le prime parole di Zelaya in territorio honduregno sono state: "Nessuno può accettare un golpe nel secolo XXI, noi siamo venuti per dare un esempio di pace". Dopo una breve permanenza in Honduras ha fatto ritorno in Nicaragua dove ha continuato a parlare alla folla ed attendere lo Stato maggiore militare per un colloquio.
L'esercito e la polizia ha cercato di bloccare l'afflusso della popolazione che si dirigeva verso il confine dove si trovava il presidente deposto ma non è riuscita nei propri intenti anche se ha imposto almeno dieci posti di blocco tra la frontiera con il Nicaragua e Tegucigalpa utilizzando lacrimogeni ed armi di fuoco, così come non è riuscita ad arrestare Zelaya quando ha fatto rientro nel paese anche se per breve tempo. A questi atti di repressione ve ne sono stati altri che hanno portato all'arresto di numerose persone che sono state trattenute per più di 24 ore come il dirigente del movimento contadino Via Campesina Rafael Alegría. Alegría, che è uno dei principali leader del movimento dei Fori Sociali Mondiali, è stato rilasciato il giorno seguente il suo "arresto" insieme ad altri 50 militanti (vecchi, donne e bambini) democratici honduregni con l'accusa di violazione dello stato d'assedio proclamato illegalmente dalla giunta golpista. Sfortunatemente la repressione militare ha portato anche alla morte di un giovane militante, Pedro Mandiel, che è stato sequestrato dai militari e torturato a fino alla morte.
Dopo gli scontri e la notizia dei numerosi arresti e della tortura che ha portato alla morte il giovane manifestante, Zelaya ha lanciato un'appello ai militari: "Come comandante in capo chiedo ai soldati patrioti che pensino a loro figli, alle loro famiglie e si ribellino a Romeo Vazquez, traditore del popolo".
Anche la Commissione interamericana dei Diritti Umani ha condannato il brutale assassinio di Pedro Mandiel esortando il governo illegittimo a non usare la violenza contro la popolazione che manifesta il proprio dissenso e poi ha esortato la comunità internazionale ad indagare sulle violazioni che stanno avvenendo nel paese per poter giudicare i responsabili di tali crimini.

martedì 1 settembre 2009

Colombia accusa Ecuador e Venezuela di aiutare le Farc

Le frizioni tra Colombia, da una parte, con Equador e Venezuela, dall'altra, non si placano da quando nel marzo 2008 la Colombia sconfinò in territorio equadoriano con una azione militare per distruggere un campo delle FARC un cui fu ucciso Raul Reyes.
La polemica tra Bogotà e Quito si è riaccesa quando nel luglio 2009 Alvaro Uribe ha reso pubblico un video in cui i guerriglieri delle Farc affermano di essersi accordati per cooperazioni sia sul piano politico sia per sovvenzionare la campagna elettorale di Correa del 2006. Jorge Briceño Alvarez, uno dei capi della guerriglia, afferma nel filmato che nel 2006 Correa avrebbe mandato un suo emissario a incontrare i capi delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane.
La smentita del presidente ecuadoriano non si è fata attendere affermando che l'unico emissario da lui inviato e quindi l'unico contatto avuto da suo governo con le FARC è stato quando il ministro Gustavo Larrea è stato inviato a colloquio con dei negoziatori dei guerrglieri per una missione umanitaria per liberare gli ostaggi ancora in mano alla guerriglia.
Correa ribatte alle accuse di Uribe in questo modo: "E' divertente perchè ora risulta che Mono Jojoy è una fonte di notizie attendibile. Allora dovremo credergli anche quando parla del governo Uribe e delle sue connessioni con i paramilitari, il narcotraffico ecc.".

Oltre alla crisi diplomatica con Correa, Uribe ha un'altro fronte caldo con Chavez. Quest'ultimo è stato accusato più volte dal presidente colombiano di aver fornito armi all'esercito delle FARC; l'ultima accusa si riferisce al fatto che le Forze armate rivoluzionarie colombiane avrebbero, grazie all'aiuto del Venezuela, acquistato armi in Svezia.
Chavez in risposta alle accuse di Uribe ha dichiarato: "Ho ordinato il ritiro del nostro ambasciatore e del nostro personale diplomatico. Congeleremo i rapporti con la Colombia. Il governo colombiano dimostra che non ha alcun interesse alle relazioni con il Venezuela". Il presidente venezuelano sottolinea anche il fatto che le Farc hanno reperito armi da molti Paesi (Stati Uniti, Russia, Israele) ma le accuse di aiutare la guerriglia piovono solo sul suo Paese, perchè?

mercoledì 26 agosto 2009

Fallita la mediazione di Arias

La mediazione del presidente del Costa Rica, Arias, tra il regime di Micheletti e il presidente deposto Zelaya è di fatto fallito.
La delegazione di Micheletti non ha aperto nessuno spiraglio di confronto verso le richieste del Presidente legittimo che aveva stilato una lista di punti per poter riportare la pace sociale nel paese.
Arias è molto preoccupato per il fallimento delle trattative e nella conferenza stampa che ha seguito gli incontri con le delegazioni ha sollevato, preoccupato, l'eventualità di un'acuirsi della lotta tra sostenitori di Zelaya ed il regime con queste parole: "Come sapete una buona parte del popolo hondureño è in possesso di armi. Cosa accadrebbe se una di queste armi sparasse contro un soldato oppure se un soldato dovesse sparare contro un cittadino armato? C'è il pericolo di spargimenti di sangue e di una guerra civile".

Dopo il fallimento dei colloqui tra il governo golpista e Zelaya il presidente di turno dell'UNASUR, Michelle Bachelet, ha affermato: "Sono trascorse tre settimane dal golpe in questo paese e ancora non è stato possibile trovare una soluzione alla grave crisi politica di questa Nazione sorella, e la verità è che credo di rappresentare fedelmente tutti i paesi membri di Unasur. Bisogna riconoscere la predisposizione del presidente costituzionale a trovare una soluzione che eviti la violenza e il confronto. Sfortunatamente il governo de facto non ha mostrato la medesima disposizione e volontà di cooperare. Il popolo dell'Honduras non può continuare a vivere una situazione simile. La comunità internazionale non accetterà nessuna altra alternativa che non sia il ristabilire lo stato di diritto e la restaurazione della democrazia".
Dopo l'appoggio esplicito e forte dell'UNASUR incassato da Zelaya anche l'Unione Europea si è decisa di tagliare gli aiuti, circa 70 milioni di euro per il 2009 ed altri 130 milioni di euro programmati per il 2010, destinati all'Honduras.
Dopo la condanna internazionale e dopo gli scontri che si sono verificati nella capitale dell'Honduras il presidente golpista, Micheletti, ha affermato che " in Honduras non ci sono stati morti, persone in prigione, bambini oltraggiati e dignità degli esseri umani calpestata. Che le organizzazioni dei diritti umani vengano in Honduras a vedere quel che sta veramente accadendo. La maggioranza di noi siamo intimiditi dall'esterno, mentre dentro abbiamo la pace che vogliamo".
Queste parole cozzano innegabilmente con le immagini ed i fatti realmente accaduti, nelle settimane successive al colpo, che sono stati riportati da alcuni operatori delle ONG e dalle telecamere di TeleSur prima che fossero espulsi dal paese. Sono da ricordare le manifestazioni a favore di Zelaya che sono state soffocate (si contano tre morti ed un numero imprecisato di feriti) con la forza dall'esercito.

giovedì 20 agosto 2009

Colombia: minacce di morte a teste chiave

Il 12 luglio 2009 Yidis Medina avrebbe dovuto comparire in veste di testimone al processo contro l'ex-ambasciatore colombiano a Roma, Sabas Pretelt de la Vega, indagato come corruttore della stessa Medina che aveva accettato benefici economici e politici in cambio del suo voto, indispensabile, per poter rieleggere Uribe come presidente.
La sua testimonianza però non c'è stata perché il sabato prima dell'udienza le è stato recapitato a casa del cibo, mai ordinato, ed un biglietto in cui c'erano le condoglianze per la morte sua e della sua famiglia.
Dopo queste minacce non si è presentata ne alla Procuradoria ne alla Corte Suprema di Giustizia perché, come afferma il suo avvocato, "Se non si otterranno garanzie di sicurezza, Yidis Medina non si muoverà".
Sfortunatamente è proprio questo l'intento di coloro che hanno recapitato il messaggio a Medina.
La Corte Suprema di Giustizia si sta muovendo per proteggere la testimone e per cercare di scoprire la verità sulla rielezione di Uribe.
Senza questa mancata testimonianza l'accusa a Pretelt de la Vega perde un poco di peso, anche se contro di lui hanno già testimoniato due capi paramilitari, che affermano di aver patteggiato con lui la mancata estradizione negli USA in cambio del loro appoggio alla rielezione di Uribe nel 2006 ed la "donazione" alla campagna presidenziale di Uribe.
Sempre la Corte Suprema di Giustizia, l'unico organo istituzionale che sta lavorando secondo le indicazioni della Costituzione, ha condannato Teodolindo Avendaño e Iván Díaz Mateus, ex parlamentari, per aver accettato favori del governo Uribe in cambio del loro sì alla riforma per la rielezione dello stesso presidente. Avendaño deve scontare otto anni per arricchimento illecito e corruzione mentre Díaz Mateus sei anni per concussione.
Il primo ex-parlamentare si era sempre battuto contro un possibile nuovo mandato di Uribe ma al momento della votazione decisiva non si era presentato in aula; il secondo, invece, si era adoperato per corrompere ed avere il voto favorevole di Yidis Medina.

domenica 16 agosto 2009

L'integrazione di Bolivia, Uruguay e Paraguay

A distanza di 17 anni un presidente boliviano ha effettuato un viaggio ufficiale in Uruguay; il motivo della visita è stato l'avvio dei negoziati per fornire all'Uruguay gas naturale in cambio di uno sbocco sul mare per la Bolivia.
Per il governo di Morales lo sbocco sul mare è di fondamentale importanza per l'esportazione delle merci prodotte ed il sistema portuale uruguayano darebbe ampie garanzie commerciali: soprattutto potrebbe rimpiazzare il partner cileno a cui la Bolivia si era rivolta già molto tempo addietro.
L'accordo bilaterale tra Montevideo e La Paz deve tenere conto anche di un terzo paese, il Paraguay, che si trova tra i due paesi e che dovrebbe dare l'autorizzazione per il passaggio del gas e delle merci per poter arrivare all'area interessata del porto fluviale di Nueva Palmira dove si incontrano Rio Uruguay e Rio de la Plata.
Al Paraguay i due governi che si sono incontrati a metà luglio 2009 hanno offerto la possibilità di importare gas naturale e di utilizzare il porto fluviale di Nueva Palmira in segno di "solidarietà" verso un paese che ha grandi difficoltà nel commercio.
Questa potenziale accordo, che sembra procedere spedito, darà la possibilità di una maggiore integrazione politico-economica dei tre paesi e permetterà di diversificare le forniture di gas che per adesso provengono in larga parte dall'Argentina per quanto riguarda Uruguay e Paraguay; per la Bolivia c'è la possibilità di poter continuare a trattare un'ulteriore sbocco sul mare con il Cile anche se adesso le trattative sono quasi bloccate.
Dopo l'incontro tra i due presidenti, Morales e Tabaré, un gruppo di tecnici dei due paesi si è messo al lavoro per cercare di condensare le molteplici esigenze di Bolivia e Uruguay in un trattato senza però dimenticare il ruolo importante del Paraguay.

martedì 11 agosto 2009

Il golpe in Honduras/4

Il nove luglio 2009 a San José in Costa Rica si è tenuto il primo dei colloqui separati di mediazione tra la delegazione del presidente golpista Micheletti ed il presidente legittimo Manuel Zelaya. A mediare tra le due delegazioni è Oscar Arias, Premio Nobel per la pace ed attuale presidente del Costa Rica.
Il presidente Zelaya chiede che i golpisti lascino le poltrone occupate impropriamente per far tornare la democrazia nel paese, mentre i golpisti accusano il legittimo presidente di essere un delinquente e di essersi macchiato di vari reati che però non hanno voluto specificare.
Poco prima che i negoziati iniziassero gli USA hanno stabilito la sospensione dei programmi di assistenza militare (17 milioni di dollari) per tutto il 2009 oltre ad iniziare le pratiche tecniche per bloccare gli aiuti per 250 milioni di dollari che dovevano essere erogati dall'autunno del 2009.
Oltre agli USA anche il Venezuela ha deciso di bloccare la fornitura di petrolio fino a che l'ordine costituzionale non sarà ristabilito perché "Petrocaribe non può trasferire i benefici a una dittatura".
Queste mosse da parte dei due più importanti partner commerciali dell'Honduras indeboliscono ancora di più la posizione del governo golpista e alimenta ancora di più lo scontento della popolazione che partecipa ogni giorno a nuove manifestazioni a favore di Zelaya.
Alla fine della prima giornata di colloqui il mediatore, Oscar Arias, ha affermato in conferenza stampa che le due parti non intendono cedere nelle loro posizioni e che queste, fra loro, sono molto distanti.

Ad alcuni giorni di distanza dai primi colloqui il presidente golpista Micheletti continua ad attaccare Zelaya affermando: "Rientrerà solo se si mette a disposizione dei giudici; se lo facesse potrebbe ottenere l'amnistia."
La risposta di Zelaya non si è fatta attendere ed ha lanciato questo ultimatum: "Se i golpisti, del governo illegittimo oltre che dittatoriale, dell'Honduras, continueranno a non riconoscere la Costituzione del paese e le risoluzioni dell'Organizzazione degli stati americani e dell'Onu, allora dovremo ritenere che il processo di mediazione è sulla strada del fallimento. Vogliamo dare un ultimatum al regime golpista negli incontri previsti questa settimana a San José: le risoluzioni adottate devono essere attuate”.

venerdì 7 agosto 2009

Il golpe in Honduras e l'OEA

Venerdì 3 luglio 2009 il segretario generale dell'OEA, Josè Miguel Insulza, si è recato in Honduras per notificare al governo golpista di Micheletti che le 72 ore date come termine ultimo per ristabilire l'ordine costituzionale, abolito con la cacciata del legittimo Presidente, fosse ristabilito.
Insulza ha avuto un colloquio con i giudici della Corte Suprema de facto ma non è riuscito ad aprire un varco nella loro linea di condotta; si è trovato, quindi, davanti un muro insormontabile che ha reso impossibile ogni trattativa per il ritorno di Manuel Zelaya.
Josè Miguel Insulza ha rilasciato la seguente dichiarazione: "La OEA considera che in Honduras è avvenuto un golpe e che l'ordine costituzionale nazionale è stato rotto. In Honduras si sta pianificando un conflitto sociale e politico. E' in atto la violazione della Carta interamericana e quindi si deve correre ai ripari. Vedo una società profondamente polarizzata e divisa, c'è molta tensione, una autorità instauratasi di fatto, spero che la Corte suprema stabilisca prima o poi chi ha cacciato il presidente dal paese."
Ha poi aggiunto che il giorno seguente avrebbe chiesto all'Assemblea generale dell'OEA di sospendere l'Honduras dall'Organizzazione come indica l'articolo 21 della Carta democratica interamericana, che stabilisce le condizioni per la sospensione di un paese membro. Insulza spiega che "la richiesta di sospensione dall'OEA non deve essere vista come un attacco contro l'Honduras. Siamo stati testimoni di molti cambiamenti di governo, ma si trattava di cambiamenti in rispetto del regolamento vigente. L'idea di espellere con la forza (un capo di Stato) è stata poco frequente. Ci siamo abituati a pensare che questo non sarebbe più accaduto in America Latina. In una democrazia si devono rispettare le istituzioni e se per qualche motivo qualcuno ha delle accuse da fare a un Presidente, deve fargliele per vie legali. Sono cose per le quali lottiamo da molto tempo e dobbiamo rispettarle".

Il golpe in Honduras/3

A distanza di una settimana dal golpe che lo ha destituito il presidente legittimo dell'Honduras, Manuel Zelaya, ha tentato di rientrare nel paese a bordo di un aereo venezuelano.
All'aeroporto di Tegucigalpa, l'aereo di Zelaya ha cercato di atterrare ma la sulla pista c'erano vari camion dell'esercito che bloccavano ogni tentativo di atterraggio; mentre all'esterno dell'aeroporto si erano radunati migliaia di manifestanti che sostengono il presidente deposto.
Zelaya durante il volo era in contatto con la redazione giornalistica di TeleSur a cui ,nei momenti concitati in cui i piloti cercavano di atterrare, ha dichiarato: "Ci minacciano. Dicono che ci mandano contro un aereo militare. Ci stanno ostacolando. Ora ci riuniremo con l'OEA per vedere come comportarci. Se potessi mi butterei dall'aereo. Non possiamo davvero atterrare. E' una barbarie quello che è successo contro la mia gente. Un gruppo armato che assalta il paese. Onu o altri devono intervenire. E' un movimento golpista senza componente sociale. E' un'elite che persegue il suo interesse con le armi. Va repressa. Il governo più forte, ossia gli Usa, potranno convivere con un golpista? Obama non può permetterlo. Sono un gruppo di mafiosi. Vogliono appropriarsi della ricchezza nazionale. Mi appello agli Usa che prendano misure immediate contro questo governo. Barbarie e terrore, ecco cosa sta accadendo. Dobbiamo pianificare nei giorni che vengono il mio ritorno in Honduras. Il popolo honduregno è capace di giudicare e si ribellerà contro un governo golpista, come sta già facendo. Questi golpisti lo manterranno nella miseria, senza permettergli partecipazione cittadina. Mi appello all'OEA"
Mentre il presidente si stava avvicinando alla capitale migliaia di manifestanti si accalcavano alle recinzione dell'aeroporto per salutare il rientro del loro presidente. La folla era in pacifica attesa quando i militari hanno iniziato la repressione con il lancio di gas lacrimogeni e spari sulla folla. Questo violento intervento dell'esercito ha un bilancio gravissimo denunciato per primo da TeleSur che ha contato due manifestanti uccisi.
Grazie a TeleSur ,che trasmetteva dall'interno della manifestazione, si è potuto assistere a ciò che stava accadendo con persone che cercavano di fuggire dalla repressione brutale delle forze dell'ordine. E' stata raccolta la testimonianza di un uomo che ha raccontato:"L'esercito ha massacrato un ragazzo di sedici anni. Lo hanno massacrato, sparandogli in testa".
Un'altra testimonianza dalla manifestazione racconta: "C'era molta sicurezza e inoltre c’era un buon servizio d’ordine formato da giovani studenti universitari e da attivisti dei movimenti. Poi alla fine, eravamo già arrivati circondando l’aeroporto pacificamente sono saltati i telefoni cellulari e ho visto in azione molti provocatori che invitavano soprattutto ragazzi ad invadere l’aeroporto, cosa che era stata esclusa dal primo momento. Avevano aperto vari passaggi nella rete di recinzione. Io ho iniziato a cercare la gente per portarla via. Ed è lì che c’è stata la carica più dura.”
Alcune ONG presenti in Honduras parlano di un Paese spaccato in due; da una parte i manifestanti che attendono il ritorno di Zelaya e dall'altra l'esercito e la polizia che cercano di reprimere le manifestazioni ed intimorire il popolo. Oltre a questa divisione ve ne è un'altra nel paese, i cui artefici sono i mezzi di informazione che non diffondono notizie su ciò che accade nella capitale Tegucigalpa.
Dopo il fallito rientro nel proprio paese il presidente deposto Zelaya ha tenuto, martedì 7 luglio, un incontro con il segretario di stato degli USA, Hillary Clinton, che ha continuato la strada tracciata dal presidente Obama con le seguenti dichiarazioni: "Gli Stati Uniti appoggiano il ritorno di Mel Zelaya in Honduras anche se questo si è fermamente opposto alle politiche nordamericane. Non appoggiamo Zelaya perché siamo d’accordo con lui. Lo appoggiamo in nome di un principio universale per il quale i popoli debbono poter eleggere i propri dirigenti, che ci piacciano o no. E dobbiamo riconoscere chiaramente: gli Stati Uniti non hanno sempre agito correttamente su questo punto ma il mio governo non cercherà di imporre governi ad altri paesi”
La Clinton nell'incontro con il deposto presidente honduregno ha accettato come mediatore il premio Nobel 1987, il costaricense Oscar Arias che era stato proposto dal gruppo dei paesi Latino Americani che avevano subito condannato il golpe.
Oltre all'appoggio all'azione di mediazione di Arias il governo USA ha condannato con forza le diplomatiche parole del Ministro degli Esteri del dittatore di Roberto Micheletti, Enrique Ortez, che ha affermato che "Quel negretto di Obama non sa neanche dov’è Tegucigalpa".

lunedì 3 agosto 2009

Il Golpe in Honduras/2

La mattina di domenica 28 giugno l'esercito ha arrestato il Presidente della Repubblica, Manuel Zelaya, e lo ha costretto con la forza a salire su un aereo con destinazione Costa Rica.
Mentre il legittimo Presidente era costretto ad abbandonare con la forza il paese, l'esercito ha tagliato l'energia elettrica e bloccato ogni forma di comunicazione del governo di Zelaya, mentre i mass media, controllati dall'élite che appoggia il golpe, trasmettevano solo le notizie sulla morte di Michael Jackson. Insieme ai militari ed i media anche il Congresso Nazionale partecipava e partecipa al golpe perché dopo l'espulsione di Zelaya ha presentato una falsa lettera di dimissioni; successivamente ha votato la richiesta di indagini contro il Presidente stesso reo di aver violato più volte la Costituzione e successivamente lo ha destituito e nominato come Presidente del Congresso, Roberto Micheletti.
Nonostante l'esercito presidiasse il palazzo presidenziale ed abbia iniziato a controllare anche i locali dove si stava tenendo la consultazione referendaria, la popolazione saputa la notizia ha continuato a votare e si è avvicinata alla residenza del Presidente per manifestare il proprio dissenso.
Ci sono stati alcuni scontri tra i manifestanti, pacifici, e l'esercito in cui si sono contati numerosi feriti ed arrestati; voci parlano anche di alcuni morti ma non ve ne è conferma. Le Forze Armate hanno anche arrestato alcuni medici e tecnici cubani, inviati da La Havana in seguito agli accordi per lo sviluppo della sanità voluta da Zelaya, mentre altri medici e tecnici cubani sono irreperibili perché protetti dalla popolazione che si è mobilitata per difenderli.

Il primo di luglio vi è stata una grande manifestazione indetta dai sindacati della Cosibah e dalla Coordinatrice della Resistenza Popolare che ha bloccato il ponte che da El Progreso, città del presidente golpista Roberto Micheletti, porta a San Pedro Sula. La manifestazione pacifica è stata dispersa con la violenza dalla polizia che ha lasciato sul campo circa 25 feriti e 20 arrestati; una ragazza che partecipava alla protesta risulta scomparsa.
Secondo il sito Hablahonduras.com, che non sempre è on-line a causa del boicottaggio che subisce da parte dei golpisti, la moglie di Cesar Ham, candidato alla carica di presidente del prossimo autunno, vive nella clandestinità per il timore di essere arrestata mentre Ham sembra sia stato ucciso dalle Forze Armate.

Il cardinale di Tegucigalpa, Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, ha chiesto al deposto presidente Zelaya di non far ritorno in patria e di accettare il fatto che un nuovo governo si fosse insediato e che la sua deposizione è del tutto legittima. Inoltre ha aggiunto che il ritorno di Zelaya porterebbe ad un "bagno di sangue [...] Se lei ama la vita, fino ad oggi non è morto un solo onduregno, per favore ci pensi prima che sia troppo tardi". Con queste parole anche le gerarchie ecclesiastiche si schierano con i golpisti.

lunedì 27 luglio 2009

Il Golpe in Honduras

Il colpo di stato in Honduras ha le sue radici nella convocazione da parte del presidente Manuel Zelaya, di un referendum per il 29 novembre 2009, insieme alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative, insieme alla creazione di una assemblea costituente che riformi gli articoli della Costituzione che regolamentano i mandati del presidente.
Il presidente Manuel Zelaya fu eletto nel partito liberale (centro-destra) ma durante tutto il suo mandato ha effettuato un notevole cambiamento collocandosi nel centro-sinistra.

Questa mossa del presidente Manuel Zelaya è osteggiata dall'opposizione e dal parlamento che ha votato una legge per vietare lo svolgimento dei referendum 180 giorni prima e dopo delle elezioni presidenziali.
La tensione tra le cariche istituzionali del paese è salita quando il capo di Stato Maggiore delle forze armate, il generale Romeo Vázquez, (che si è rifiutato insieme ai propri sottoposti di distribuire le urne e le schede del referendum, quindi di adempiere ai propri doveri) è stato destituito insieme al ministro della Difesa, Angel Edmundo Orellana il 25 giugno.

Il referendum indetto per domenica 28 giugno l'appoggio di circa 85% della popolazione; ma "l' elite sociale" più influente e dominante che annovera i ricchi industriali, l'esercito, i politici di lungo corso, e le gerarchie cattoliche non sono disposte al confronto elettorale per creare una Assemblea Costituente che finalmente possa fissare i diritti civili della popolazione.
Zelaya è osteggiando con tutti i mezzi dal suo partito perché contrario al referendum ed anche la Corte Costituzionale si è pronunciata contro il referendum dichiarandolo illegittimo. Le posizioni di intransigenza al referendum sono amplificate dai media, in mano alla élite economica, che non prendono minimamente in considerazione la possibilità che la consultazione referendaria possa essere appoggiata dal popolo.

La Corte Suprema ha chiesto al Presidente di reintegrare il generale Vázquez ma Zelaya si è rifiutato e nella notte tra il 27 e 28 giugno numerosi reparti dell'esercito hanno occupato i punti strategici del paese centro americano. Mentre l'esercito si mobilitava i movimenti indigeni e sociali che appoggiano il presidente scendevano in piazza e cercavano di occupare la base militare di di Tocontin per cercare di sottrarre al controllo dell'esercito le urne e le schede per il referendum.

La mattina del 28 giugno il presidente Manuel Zelaya è stato arrestato dall'esercito e trasferito in Costa Rica. Zelaya a Telesur ha affermato: "Sono vittima di un complotto. Sono stato rapito. Non mi dimetto non utilizzerò mai questo meccanismo" riferendosi alla falsa notizia che l'esercito ha diffuso tramite un media statunitense che lo stesso presidente avrebbe rassegnato le proprie dimissioni.
La moglie del presidente deposto Zelaya, Siomara Castro, ha contattato un giornalista dichiarando: "Sono nascosta perché c'è l'ordine di arrestare anche noi. Chiedo ai soldati di non essere complici delle gerarchie militari che hanno architettato il golpe".
Oltre al presidente del Honduras ed altri suoi collaboratori sono stati arrestati anche dei diplomatici cubani e del Nicaragua presenti nella capitale.

Dal presidente venezuelano, Chávez, a quello statunitense, Obama, passando per l'Unione Europea tutti hanno condannato il golpe ordito dai vertici militari e dalla Corte Suprema chiedendo l'immediato rilascio del Presidente ed il ripristino della volontà popolare e quindi della democrazia.

giovedì 23 luglio 2009

Morto leader della Tripla A

Morto leader della Tripla A Rodolfo Almirón è morto in Argentina l'undici giugno 2009 a 74 anni.
Fu uno dei più importanti dirigenti della Alleanza Anticomunista Argentina, conosciuta anche come Tripla A, che negli anni settanta durante la dittatura argentina (1976-1983) si macchiarono di oltre mille omicidi.
La Tripla A era un'organizzazione paramilitare che "aiutava" la polizia politica argentina a perseguire gli oppositori del regime; le vittime della Tripla A erano in maggior modo persone (politici, poliziotti, professori, sindacalisti, artisti e intellettuali) legate o simpatizzanti della "sinistra".
Almirón fu anche commissario della polizia federale e dopo la carriera nella polizia fu inviato in Spagna in veste agente addetto alla sicurezza dell'ambasciatore Josè Lopez Rega. Secondo alcuni documenti, non ancora comprovati, Rodolfo Almirón partecipò nel 1980 insieme a Stefano Delle Chiaie e Augusto Canchidi alla strage di Bologna.
La vita da uomo libero cessò nel 2006, quando a seguito dell'abolizione delle leggi che garantivano l'impunità ai torturatori della dittatura, fu arrestato in Spagna a Torrento dove si era rifugiato e riciclato come cameriere. Nel 2008 la Spagna lo estradò in Argentina anche se, sfortunatamente, la giustizia argentina non è riuscita a giudicarlo per gli innumerevoli omicidi commessi.

sabato 18 luglio 2009

Un passo indietro del Perù

Dopo gli scontri tra manifestanti indios dell'area amazzonica e le forze di polizia inviate dal governo che hanno lasciato sul campo cinquantadue corpi (30 indios e 22 poliziotti) il Congresso del Perù ha deciso di sospendere la legge che ha dato il via alle proteste per novanta giorni.
Dopo gli scontri il Presidente Alan Garcia ha affermato: "Il mio governo non si piegherà al volere di piccoli gruppi che non rappresentano la maggioranza del Paese".

A distanza di alcuni giorni il primo ministro del Perù, Yehude Simon, ha cercato un dialogo con gli indios affermando: "Chiedo un milione di volte perdono. A prescindere se uno sia responsabile o meno, come primo ministro devo chiedere perdono"; insieme a queste parole il governo peruviano ha cancellato due decreti, conosciuti come "leyes de la selva", che regolavano lo sfruttamento delle risorse naturali su circa 45 milioni di ettari di foresta amazzonica.
Gli altri decreti approvati per attuare il Trattato di Libero Commercio sottoscritto con gli Stati Uniti saranno esamitati a Lima dal Gruppo per lo sviluppo dei popoli amazzonici.
Il resto dei decreti del pacchetto approvato lo scorso anno nel piano di adeguamento della legislazione nazionale al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, dovrebbero essere valutati dal Gruppo per lo sviluppo dei popoli amazzonici per comprendere se i decreti prevarichino o no i diritti fondamentali degli indios.

martedì 14 luglio 2009

Protesta contro il DDL Alfano

Anche io protesto contro il bavaglio che impone il DDL Alfano alla libera informazione!

domenica 12 luglio 2009

Le manifestazioni Indios affogate nel sangue

Venerdì 5 di giugno 2009 ci sono stati scontri tra gruppi di indios peruviani, che scioperavano contro il Trattato di Libero Commercio (TLC) che sta svendendo le risorse naturali alle multinazionali USA e sta distruggendo una vasta parte della foresta amazzonica, e la polizia inviata dal governo di Alan Garcia.
Gli scontri hanno lasciato sull'asfalto circa cinquanta persone tra agenti di polizia e manifestanti ed oltre cento feriti; alcune fonti parlano anche di un sequestro di dodici poliziotti che poi sarebbero stati uccisi a colpi di machete.

I nativi si sono mobilitati già da aprile per cercare di impedire che le risorse del sottosuolo peruviano (petrolio, gas naturale, acqua, legname ed altri importanti minerali) siano cannibalizzate dalle multinazionali, che sfruttano il TLC sottoscritto dal Perù e dagli USA, e di conseguenza la foresta amazzonica subisce un grave danno ecologico.
Gli indios dopo molti anni di dure lotte negli anni settanta riuscirono a farsi consegnare dal governo le terre che i loro avi abitavano ma che ora il TLC di fatto “privatizza”.
Le multinazionali che operano ed opereranno non saranno più tenute a confrontarsi con i popoli che abitano la regione, in pratica avranno dei regni liberi nello stato peruviano.

Le ragioni degli indios sono sintetizzate in alcune frasi scandite dai loro portavoce: "Questa è la nostra terra, la nostra cultura, la nostra identità. Per noi questi territori hanno un valore spirituale. Per il 'mercato' queste terre, invece, hanno un'importanza commerciale negoziabile".
Dopo gli scontri in cui si sono contati oltre quaranta morti il governo di destra di Alan Garcia ha iniziato una vera e propria caccia ai leader della resistenza indigena ed uno di questi dirigenti indigeni, Alberto Pizango , è stato costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua perché considerato il responsabile degli incidenti. Rifugiatosi l'otto maggio nell'ambasciata del Nicaragua a Lima perché ricercato per sedizione, omicidio e attacco alle forze armate, rischiava la condanna a 35 anni di carcere, ha ricevuto secondo il ministro degli esteri peruviano lo status di rifugiato politico.

Da aprile gli indios manifestano ogni giorno pacificamente e si espongono costantemente per vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali ed il Governo di Garcia sembra non voler ascoltare; ha inviato le forze dell'ordine per disperdere e reprimere i nativi che hanno usato candidamente le loro armi da fuoco, i loro gas lacrimogeni ed anche gli elicotteri.
Alan Garcia incarna la via liberista e continua il percorso del colonizzatore che da oltre 500 anni disbosca, depreda e distrugge una terra ricchissima di materie prime e di popoli che la abitano.
Dopo alcuni giorni di scontri il governo ha deciso di dichiarare il coprifuoco e lo stato d'emergenza nelle aree interessate degli scontri ed è per questo che la situazione sembra tornata sotto controllo ma, fortunatamente, gli indios non si sono fatti intimorire e stanno organizzando nuove iniziative.

Il Perù dovrebbe capire che solo percorrendo la strada intrapresa da Ecuador e Bolivia, fortemente impegnate nello sviluppo sostenibile e nel rispetto delle popolazioni indio, il progresso continua.